oVo alla kok

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Lo sappiamo, lo sappiamo; tra Agosto e Novembre c’è quantomeno una stagione (il che è opinabile, perché fino a una settimana fa il clima era sempre quello); non dovete dimenticarvi che molto spesso però la frutta se non è di stagione viene dal Cile, dove i diserbanti sono visti con molta simpatia. Perciò noi preferiamo servirvi solo roba fresca (inoltre mezza redazione si è trasferita, ha iniziato nuovi studi, nuovi lavori… grattacapi).

In compenso abbiamo la stessa fame di sempre; ed io oggi vi narrerò di una delle ultime volte in cui la mia fame è risultata di un qualche possibile interesse per voi Lettori.

Succede che la redazione ora è molto più vicina ad un locale strategico, il Bronson di Ravenna, presso cui abbiamo inviato delle sonde per una data speciale: gli oVo che presentavano Abisso, il loro nuovo disco per SuperNaturalCat rec (grafiche di Malleus ovunque, già); in apertura, Uochi Toki con il loro set “alluminio” e Zolle.

Succede anche che, fame imperante, nel pomeriggio prima di giungere a Ravenna ci si ferma in autogrill. È il primo momento spirituale della giornata: neanche 5 km percorsi dalla fermata ed ho già finito un intero Toblerone bianco, inimitabile e col 15% di torrone al miele.

A Ravenna io ed i miei colleghi non ci facciamo mancare nulla, dato che è bella, e ci ritroviamo in un aperitivo/exhibition/contest/photography. A causa dell’altissimo tasso di Milano e di tumblr insito nell’evento, l’aperitivo è ovviamente vegano.

Vegano + aperitivo ≠ salutare

La miscela di patatine fritte, farro, improbabile pesto, torte, pizzette e taralli presente all’evento ci convince a spostarci al Bronson alle nove, e dentro al locale siamo noi, i baristi ed i gruppi. Io non sospetto ancora nulla.

Il concerto inizia piuttosto presto, si parte dai Zolle, ma prima di loro Stefania degli OvO ci annuncia che sta iniziando la prima performance.

Ci saranno due (e mezzo) performance, ad intervallare le varie esibizioni; non intesserò descrizioni delle medesime per svariate ragioni, tra cui: le performance sono del tutto avulse da fame ed appetito; performance e cibo hanno poche relazioni; qualunque performance, spiegata a parole da un profano quale sarei io (che ho anche pensato che stopmarinaabramovich servisse davvero a stoppare marina abramovich) si riduce a “tizio fa una cosa bizzarra, non lo capisce nessuno”. Una cosa posso dirla: il basso si suona molto bene con i piedi. Ok.

Gli Zolle sono in due e suonano a terra, vicino al pubblico. Noi ci troviamo di fronte, e questi ragazzoni partono subito a sviscerare un repertorio di brani estremamente grassi, anche se poco conditi. Il chitarrista è molto intenso, il batterista anche di più. Curiosa l’attitudine di quest’ultimo all’emissione di fluidi: ogniqualvolta gli sarà possibile, sputerà e verserà birra per terra. Fortuna, direi io, che non ha vomitato. Nonostante la forte somiglianza tra i brani, che risultavano effettivamente abbastanza compatti da farsi ascoltare tutti di fila e d’un fiato, i due hanno battuto dove si doveva battere.

Dopo la seconda parentesi-performance (spoiler: meglio la prima), è il turno del controverso set Alluminio degli Uochi Toki. Dico controverso per un motivo: uno dei miei accompagnatori, di tutta la serata, conosceva ed era (è) appassionato solo degli Uochi Toki, pur non avendoli visti dal vivo. Io ricordavo, purtroppo vagamente, il fatto che esistessero quattro materiali che identificano quattro tipi di live degli UT (ricordo alluminio, silicio, legno e un quarto che forse è vetro?). Ciò che non sapevamo è che alluminio, quel che abbiamo visto, è un set che consiste in beat dal vivo + disegno dal vivo. Debbo dire che i beat sono stati mostruosamente gelidi, sostanziosi, croccanti e clinici. Nonostante l’assoluto minimalismo del materiale di partenza, incastri, manipolazioni e terrorismi vanno molto bene. Nel frattempo però il mio amico si chiedeva, come una buona fetta di pubblico, posta in una maniera piuttosto media: “napo quando prende il microfono?” Naturalmente non lo farà mai, il mio amico rimane piuttosto deluso anche perché ritiene che i brani degli UT abbiano una resa migliore di tre quarti d’ora di beat-terrorismo accompagnato da disegni digitali (che ho trovato, in verità, piuttosto goffi conoscendo la produzione grafica di napo). Personalmente sono stato molto incuriosito proprio dal fatto che il pubblico era in gran parte teso verso l’inizio del rap, che non c’è mai stato, scivolando quindi in una lenta accettazione, miscelandosi con chi ha trovato i beat mostruosi. Un effetto secondario della situazione, che descrive però bene il tutto, è che la prima fila era tutta seduta sul palco.

Dopo una ragionevolmente figa attesa, sono arrivati gli OvO, di cui non sprecheremo una presentazione, limitandoci a dire che il nuovo disco e relativo tour li vedono per la prima volta senza maschere. Avevo già assistito ad un loro live, in tenera età, che fu innanzitutto una gioia per le orecchie ed anche molto divertente perché ero con amici per la maggior parte del tutto refrattari a queste delizie; stavolta il pubblico è stato molto attento e compunto, direi fin troppo compunto – come dire, un pubblico internazionale – ma gli OvO sticazzi hanno offerto le loro portate senza tanti complimenti.

Posso dire di sentirmi dalla parte della ragione quando dico che questo live ha rappresentato Abisso con ottima precisione; per dirla in gergo, hanno suonato da dio. Tecnicamente, Bruno rimane un batterista unico, drittissima anche la scelta dei sample suonati via pad. Come un mastro pentolaio, non farà altro che rigirare con energica precisione i mestoli che hanno cucinato le nostre cervella per tutto il concerto, senza una – 1 – una sbavatura, rottura, stanchezza, noia; sorretta così bene, Stefania ha potuto guarnire il tutto nella maniera più abissale possibile, raggiungendo anche lei nuove vette di arcaico splendore.

Ora che cazz_ c’entrano il toblerone e l’aperitivo vegano? C’entrano, c’entrano. Perché si sapeva che il menu della serata avrebbe avuto una sorpresa agrodolce proprio durante il set degli OvO: parlo di due collaborazioni, una con Moder e l’altra con… parliamo prima di Moder. Egli è un rapper e al terzo brano sale sul palco, si posiziona dietro, non rivolge uno sguardo a chicchessia e completa il terrorismo culinario degli OvO con un condimento di versi assolutamente incomprensibili viste le tonalità rumoriste dell’accompagnamento, ma sicuramente sputate con una certa rabbia. Un amico mi ha detto una volta che per capire il rap se non si è interessati ai testi bisogna almeno considerare la voce come uno strumento a metà tra ritmo e texture; ed in questo caso ha funzionato decisamente bene (sarei curioso di sapere cosa diceva, in ogni caso). Ok ora posso dirlo: non mi faceva mica tanto bene lo stomaco in questo frangente. Sarà forse per colpa delle frequenze telluriche a cui ero sottoposto da più di un’ora? È un’idea, forse anche il toblerone che avevo in panza la pensava così; sta di fatto che più tardi è ora che arrivi il secondo ospite, Vasco Brondi, ebbene sì, “brondi” come “pronti?” in abbruzzese, brondi quello là, con un microfono ed un sintetizzatore, presunto scollegato; e per me è immediato il bisogno del bagno, i crampi più orridi della mia vita. Fortuna vuole che i bagni siano lato palco, così, mentre in me si svolge l’Abisso, posso comunque ascoltare l’Abisso degli OvO. Vi assicuro che è stato tutto molto multisensoriale, peccato che appena ritorni tra i vivi anche Brondi decide di tornare a casa così, sommando i miei malori al fatto che la voce era totalmente sommersa dalla base, ebbene sono riuscito in qualche modo ad evitarlo.

Ora, so che non è mica bello discriminare, anche se si parla di artisti (o presunti tali), lo dimostra anche il fatto che molti mi hanno guardato storto quando gli ho detto “sì ciao grazie”, ma diciamocelo: ha aggiunto qualcosa al live? Oltre all’essere uscito? Ha cantato un suo brano sulle pozzanghere? Sono intollerante, lo so. Non me la prendo con nessuno se non con me stesso, ma in ogni caso: netto inchino per gli OvO che hanno realizzato qualcosa di magnifico, in una cornice adeguata, una serata ricca di spunti ed un pomeriggio ricco di cibo sbagliato.

Il cibo deve essere giusto (morale della favola).

Nota enormemente negativa, menzione di disonore e terribile vergogna: non a chi pensate, bensì al pubblico del Bronson, un pubblico che nonostante il numero e l’affollamento non è stato in grado di reclamare un doveroso bis per gli OvO. Non è possibile dopo una tale qualità non volere offerto almeno un digestivo, e la cosa mi ha rattristato veramente molto; ho capito che c’era chi doveva correre al banchetto per i vinili, ma siamo stati veramente solo cinque commensali contati a richiedere il bis. Cattiva, cattiva tavola. Ma state tranquilli, se verranno a mangiare a casa mia, gli apparecchierò tavola con i coltelli rivolti verso l’esterno.

Lecce is the new Vietnam: manuale per sopravvivere all’estate (secondo me)

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Piccola introduzione:

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Questo per risollevare un minimo le sorti del nostro blogazzo parmigianesco che praticamente non vede la faccia di cazzo del sottoscritto e il naso a forma di cazzo del compare De Franco da due mesi. Si sa, siamo tipi molto attivi: di roba da digerire ce n’è tanta ogni giorno e i nostri stomaci, per quando capienti, il fondo ce l’hanno (o almeno sospettiamo di averlo, anche se le nostre madri continuano a ripeterci il contrario…ma che ne sanno loro, come dicevano le femministe: “lo stomaco è mio e me lo gestisco io!!!”). In ogni caso, nonostante la nostra latitanza virtuale, porgiamo i nostri più sinceri, calorosi e sugosi saluti a tutti coloro che sono finiti su questo blog per puro caso mettendo come termini di ricerca cose come:

  • pubblicita patatine america pecora urla;
  • porno milfoni;
  • cos’è il prolisso;
  • razza buoi da lavoro;
  • donne nude che baciano in bocca le altre donne nude con delle tettoni con qualche cantante;
  • non bisogna cercare gesu’ a convenienza;
  • fra richi e poveri puo nascere amore;
  • listino prezzi findus 2013;
  • orologi a forma di figa;
  • il disco spacca m2o ogni quanto va in onda;
  • bomboclat che chiude dicendo di far crescere l’erba;
  • come si dice in napoletano sto cazzo di internet che non va;
  • fica lessa fatta in brodo;
  • hai visto quanta bella ciccia? ha due tettone super mmmm!!;
  • pensavo fossi un po stronzo ma non fino a tanto;
  • vivo come voglio, nessuno mi deve dirigere, tutti perfetti a comandare, e tutti minchioni al momento di fare;
  • quochi arrapati;
  • che cosa succede durante un rito satanico;
  • nicole minetti quanto è alta;
  • io vado all’eurospin
    (nulla di quanto riportato è inventato ma preso paro paro senza modifiche alcune dalla lista dei termini di ricerca che wordpress compila da quando PF è stato aperto sino ad oggi; ce ne sono tantissime altre allucinanti, per chi fosse interessato possiamo inviare la lista completa previo pagamento in cibo e vino, gnè!).

Grazie per il vostro supporto!!! Vi amiamo! In alto in calici e le parmigiane!!! Che il partito dell’amore possa trionfare sull’odio! Siete tantissimi e vorremmo abbracciarvi tutti come degli involtini: YOU KNOW WHO YOU ARE!!! Ci rendete ogni giorno più orgogliosi di questo blog, siete assolutamente i migliori lettori che si possano desiderare! MPUNNA MOI, SIENTI COMU BBBBBRRRRRRUCIA INTRA STU CORE!!! TOCCU LU CIELU CU NU DICETU!!! YOU ARE THE BEST FUCK THE REST!!!

Se finora il tono dell’articolo può tradire contentezza, o soddisfazione addirittura (per cosa non si capisce), è solo perchè a pranzo ho mangiato prosciutto + mozzarella come antipasti, seguiti a ruota dagli spaghetti con le cozze, involtini ed infine gelato. Questo è l’unico lato positivo di ferragosto.
Fine.
Punto.
Basta cazzate.
E’ tempo di soffrire e di soffriggere la nostra anima nell’olio bollente della disperazione.
Risate incresciose: QUESTA VOLTA NO!
I lati negativi del caldo, lo sappiamo, sono tanti, soprattutto se siete dei ciccioni obesi come me: non appena si fa un movimento, eccoti subito trasformato in una spugna umana grondante sudore che manco il mostro della laguna nera appena emerso dalla palude (laguna e palude sono la stessa cosa? bò). Per non parlare delle funzioni mentali e cognitive che praticamente si abbassano al di sotto dei già minimi standard richiesti da un essere umano per essere definito tale. Il condizionatore diviene il nostro dio, totem salvifico e dispensatore di cose buone al quale rivolgiamo continuamente preghiere affinchè il suo fresco alito divino ci sia sempre. A proposito di alito, bocche, gole: la birra ghiacciata è lo scettro del potere. Seguono: rutto libero alla Fantozzi, piedi scalzi che nel giro di tre giorni diverranno completamente neri, vestiario costituito solo da mutande e pantaloncini ELASTICIZZATI (!!!) macchiati di qualsiasi cosa e gelati vari ed eventuali. Se poi avete un cane, la compagnia è fatta (il mio non sopporta assolutamente il caldo come me, e si riversa con un tonfo pesantissimo a terra guardandomi disperato). I miei scompaiono, lasciandomi da solo a casa che diventa un bunker che nemmeno l’area 51. La mia crociata contro il caldo dura per tre mesi quasi e mezzo: ho più di due settimane di dura lotta davanti a me. Salvate il soldato Parmigiana.

Sto sudando

Sto sudando

Il caldo fa schifo. L’umidità fa schifo. Il non potere mangiare cose massicce perchè se no poi sudi e stai male fa schifo. Se poi ci mettiamo in mezzo anche ferragosto, il quadro è completo: qui il caldo porta a galla tutta la misantropia latente che c’è in noi. Personalmente non l’ho mai capita come festa, e non tanto dal punto di vista religioso (ha a che fare con l’assunzione di Maria fra i dipendente statali del paradiso), ma proprio dal punto di vista dello stare insieme. San Lorenzo, per lo meno, ha il fascino romantico delle stelle cadenti grazie alle quali le belle signorine sono più inclini ad aprire i loro arti inferiori. Ma aspettare spasmodicamente la sera del 14 agosto come manco fosse capodanno, con enorme dispendio di organizzazione e rotture di cazzo, non lo capisco. Sarà forse che sto invecchiando ma vedere a Torre Chianca distese e distese di diciottenni (e non solo loro) alle prese con le prime canne ed ubriacature non mi fa nè caldo nè freddo. E’ come se si volesse vivere solo per quella sera dimenticandosi fra l’altro che c’è tutta un’estate per uscire in spiaggia con la tenda, se mai lo si volesse fare. Ma tanto ormai così fan tutti e quindi alèèèèè, tutti in massa a stare compressi in 1 mt x 1 mt di sabbia, ascoltando tutti la stessa musica (lu reggae a mienzu a nui) e con il fumo del falò negli occhi. Sensato per chi lavora dieci ore al giorno per tutta l’estate e giustamente aspetta ferragosto per sfanculare tutto e tutti. Ma per il resto, come dicono gli Eyehategod, salentini puri: Lecce is the new Vietnam.

Un giovane vecchio che gioisce per l’arrivo di ferragosto

Se a ferragosto vi sale la viuuuulenza, vi trasformate in belve inferocite, incominciate a prendere tutti a mazze da baseball sui denti e vi sentite molto Attila flagello di dio non preoccupatevi: è assolutamente normale. Come al solito la scienza ha la risposta pronta e con la sua solita sicumera ci informa che la violenza fra gli uomini dipende anche dal clima. Esatto, avete letto bene. Ora potete andare da quella stronza della maestra delle elementari che vi diceva di essere un teppistello e dirle che aveva torto: in quel giorno in cui avete picchiato il vostro compagno per farvi dare la merendina c’erano più 30° all’ombra. In sostanza, i soliti scienziati americani strapagati delle università di Princeton, Berkeley, Auanasgaus e Vuots Amerriga, invece di andarsene a mare si sono presi il fastidio di raccogliere, rendere omogenei e scientificamente credibili circa sessanta lavori già effettuati sul passato e sul presente nelle relazioni fra violenza e clima. Per farla breve: sti geni sono arrivati alla conclusione che, per ogni deviazione standard del cambiamento nel clima verso temperature più alte o verso precipitazione più abbondanti, si può stimare che la frequenza di atti violenti tra individui aumenti del 3,9% e che la frequenza dei conflitti tra gruppi cresca del 13,6%. E dal momento che si prevede che le zone popolate del pianeta si riscaldino tra le due e le quattro deviazioni standard entro il 2050, si potranno avere aumenti consistenti di violenza. In sostanza: siamo fottuti. L’influenza del caldo e delle precipitazioni estreme, in passato, sono stati fattori importanti per la caduta di alcuni imperi come quello dei Maya (sucate alieni!), degli Angkor nel Sudest asiatico e delle dinastie cinesi Tang e Yuan in Cina. In India, hindu e musulmani si spaccano il culo in seguito a precipitazioni abbondanti o scarse. Da parte mia tendo ad essere violento quando il cibo tende a diminuire….Ma non è finita qui. I simpaticoni sostengono che c’è una forte correlazione fra caldo e intemperanze individuali: gli automobilisti suonano di più il clacson, i giocatori di football litigano più spesso, aumentano gli stupri, le rapine, la violenza domestica e i poliziotti sono più propensi ad usare la forza (ma questo anche quando fa molto freddo, sai com’è, un po’ di movimento ti riscalda :I ).

A vedere le scene di schizofrenia sulle spiagge salentine a ferragosto mi verrebbe quasi quasi da crederci a questa ricerca; speriamo allora che continui a fare sempre più caldo così magari ci togliamo qualcuno dalle palle e l’estate prossima staremo tutti un pò più larghi. Nell’eventualità di un’apocalisse estiva in cui l’impero balneare di Lecce e provincia collassi portando morte e miseria, bisogna arrivare belli attrezzati. Max Brooks ha pensato agli zombie, noi dobbiamo incominciare a provvedere ai bagnanti mutanti trasformati dal caldo in bestie feroci affamate di carne umana e rustici.
Affilate i machete!
Caricate i fucili a pompa!
Mettete dell’esplosivo nelle angurie e nei pasticciotti così da utilizzarli come mine!
Potremo capire se qualcuno si è trasformato in un bagnante mutante se incomincerà a dire in continuazione: SINE MOI A QUAAAAAAIIIII!!! SALENTU: LU SULE LU MARE LU IENTU!!! BEDDHRA MIA, IENI A QUAI SCIAMU A DDHRAI!!! ‘MPUNNAMU TUTTI A MIENZU ALLA DANCE HALL PE LI MASSICCI!
Caricate tutta l’attrezzatura necessaria per scappare da Lecce sul vostro pick-up iper blindato e mentre sfrecciate sulla circonvallazione sparando con il mitragliatore sui bagnanti mutanti, mandate a tutto volume sta roba:

6. All Pigs Must Die – Nothing violates this nature

Già il titolo di questo pezzo è troppo gasante da urlare quando starete correndo come pazzi con il pick up investendo quanti più bagnanti possibile! Il secondo disco degli All Pigs Must Die è essenzialmente come questa canzone: veloce, diretto, selvaggio e contornato da un’atmosfera grigio soffocante come la copertina. Niente di così trascendentale ma un paio di gradini più centrato rispetto al primo album. Ah, e stiamo parlando del batterista dei Converge. Daje!

66. Church Of Misery – Thy kingdom scum

Nel bel mezzo della carneficina salentina, i jappo Church Of Misery ci ricorderanno con questo ultimo discone che c’è stata gente prima di noi che ha massacrato un sacco di persone e magari dopo si sono pure scopati il cadavere: infatti, per chi non lo sapesse, i testi del gruppo parlano esclusivamente di serial killer psicopatici necrofili assassini e delle loro simpatiche gesta. Ottimo per prendere spunto durante l’apocalisse estiva! Chi li conosce sa già: stoner doom di quello buonissimo, con suoni iper saturi e qualche sferragliata sludge di qua e di là per rendere il tutto ancora più schifosamente molliccioso. Per tutti gli altri: vergognatevi. Consigliato a chi pensa che i giapponesi piccoli piccoli non possono avere vocioni cavernosi da stupratori.

666. Gorguts – Colored Sands

Assaggino del disco che uscirà verso fine mese, giusto in tempo per salutarvi sulla nuova alba nucleare post-apocalittica estiva (ma in rete si trova già se siete veloci…). A me ha gasato. Anche a chi non ascolta metal o apprezza suoni molto più sbilenchi e math i Gorguts potrebbero andare bene. Parlando di una band che suona da più di vent’anni (e che, a mio avviso, rimane ancora molto sottovalutata), li considero i precursori di un nuovo modo di intendere il metallo, modo che da almeno cinque anni sta conoscendo sempre un maggior interessamento sia da parte degli artisti che dagli ascoltatori.. Parlo di gruppi come Deathspell Omega, Ulcerate, Portal, Mitochondrion, giusto per citarne alcuni, in cui c’è meno satana e più cervello, ma un cervello multi sfaccettato e non segaiolo e nerd sullo strumento. Tutta roba che la gente normale non ascolterebbe mai ma che io e Lovecraft apprezziamo molto. Tornando ai Gorguts, abbiamo fischi, feedback, arpeggini, armonici che spuntano quando meno te lo aspetti e un basso che sembra il rumore delle ruote del pick-up mentre schiaccia il cranio dei bagnanti mutanti. D’altrode il bassista suona anche in questi, e secondo me i Gorguts si sono lasciati molto influenzare. E questo li rende dei grandissimi gaggi!

CERCATE DI SOPRAVVIVERE E RICORDATE:

il luccicante letargo del foro numero sei sei sei! Il ritorno della Parmigiana

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Colleghi! Lettori! Discepoli! Clienti! Fedeli in evidente prostrazione e prostatazione! Truccatori! Fonici! Aiutoregisti!

Parmigiana Fuzz si è appena risvegliato.

Sappiamo che ci guardavate con lo sguardo con cui il cuoco guarda, oltre il vetro del forno, i fazzoletti di pastafrolla ripieni di marmellata, in attesa del momento in cui per la troppa pressione la marmellata esplode, con un sonoro PLOP!

Sappiamo che eravate là come sciacalli che hanno spolpato tutta la zebra ed attendono pazientemente un altro morto (del mese).

Ma noi non siamo morti – non spolpateci, per piacere (di materiale ce ne sarebbe in abbondanza).

Siamo sopravvissuti.

Turbolentissimi mesi, durante cui lo staff tutto si è ritrovato invischiato in ogni cosa: slavine, omicidi inquietanti, furti, rubarelle, viaggi di lavoro, programmi di studio, corsi di violoncello alternativo, bici che non frenano, sparizioni angosciose; ed ancora: le nostre fan erano diventate così tante da formare un gigantesco marasma umano che ci ha impedito di uscire dalle nostre case per sei anni almeno.

Simpatici, direte? Almeno tre delle situazioni appena citate sono puramente vere. Volete approfondimenti? Approfondiamo, ma ricordate che i vostri fazzoletti di pastafrolla ripieni di marmellata dovete spennellarli prima con uovo e poi con zucchero.

Siccome l’argomento cibo ce lo siamo scavallato, in piena economia stile-Parmigiana Fuzz, cosa ci rimane? Già, proprio quella: la musica del demonio. Ed è colpa della musica del demonio se siamo qui ora, dopo tanti mesi di satanismo. Parliamo, infatti, dell’ultimo disco degli Shining, One One One.

Questo disco ha già causato almeno tre colpi di stato, tutti nella nostra anima; ed è inoltre comprovato che è in grado di far crollare i soffitti delle case degli studenti universitari, magari con loro dentro (non ci siamo fatti niente ma capirete che la cosa impegna un po’). Oggi PF ha un nuovo santuario molto più grande del precedente (ma anche fuorimano) ma soprattutto abbiamo deciso che era il momento di uscire allo scoperto e denunciare questa infamia. One One One, infatti, è un disco troppo nerobruttosatanaciammarogroove cattivo. Ti gasa come una gassosa che ti arrossa e ti infossa senza posa, possa e novantanove posse (solidarietà, occupynorvegia, abbasso le piazze). È un disco progettato così bene che potrebbe anche essere il piano urbanistico di Brasilia. È così corposo che potrebbe assomigliare alla crema nutella, latte e mascarpone che l’anno scorso mi nutrì per una settimana. È così fuori di sé che potremmo dire che questo disco non è sé stesso. È un bel disco? Probabilmente è un disco pericoloso. Probabilmente lo troveremo più rockeggiante di tutte le precedenti esperienze degli Shining (che per noi sono solo loro; quelli che si tagliano noi non ce ne frega niente, noi siamo gente allegra ci piace andare a mare e la buona cucina eccetera; w la disco!) È possibile che questa musica induca a comportamenti sociopatici? Indubbiamente può mandarti per strada, se ti crolla il tetto della casa se lo ascolti a volume troppo alto (il vicino di casa quando è entrato ha trovato la musica quantomeno disturbante).

È un disco per tutti? Ovviamente non per lo zio diacono, ma per la nonna sì. Secondo me le urla contenute in questo disco hanno un buon potenziale espressivo, inoltre c’è sempre (anche se di meno, è vero) il caro vecchio saxoporno che ci ha fatto innamorare in prima istanza degli Shining, perdonandoli anche passati trascorsi dalle parti di marlin menson (bugia: la mente-produttore-capo-chitarra-voce-saxxxo della nostra cara band probabilmente avrà fatto da assistente di produzione in uno studio in cui marlin registrava qualcosa; a noi fottesega, le enciclopedie bastano e avanzano.

Volete un track-to-track? Mai sia, che fastidio. Vi diciamo solamente di prepararvi a ballare e saltare come degli idioti, e se avrete le palle, vogliamo vedervi ballare funk.

 

Da oggi, inutile dirlo, Parmigiana Fuzz riprende la sua satanica abitudine alla pubblicazione saltuaria. Ricordatevi chi siete e da dove venite, perché abbiamo molte nuove ricette per voi e tante, tantissime teglie ancora bollenti di forno.

Ci dobbiamo sposare: auguri

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Lo staff di Parmigiana Fuzz, le truccatrici, i redattori, gli arredatori, gli ultimi ed i cuochi tutti partecipano con vivissima soddisfazione e spavento al felicissimo matrimonio di Richard Benson.

voi li vedete li napoletani? Là, dietro agli ultimi

Gobelini per tutti!

Sympathy for parmigiana, ovvero: come imparai a non preoccuparmi ed ad amare il demonio

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Chi meglio di loro può dire di aver indagato il male nelle sue innumerevoli forme?
Chi meglio di loro può affermare di aver guardato negli occhi il demonio e di non essersi spaventati?
Chi meglio di loro ha conosciuto il terrore, la sofferenza, lo smarrimento di fronte a qualcosa che va oltre l’umana comprensione e, nonostante ciò, essere sopravvissuti, chi con la fede e il topettignao come Montesi e chi con la propria forza di volontà e l’angelica figura di Ester Esposito come Benson?
Chi dei due sta peggio? (ma questa è un’altra storia….)
A noi di PF, Satana/l’Anticristo/Lucifero/il Demonio/Belzebù o come diavolo (ops…) volete chiamarlo alla fin fine sta simpatico. Non che ce ne freghi qualcosa di adorarlo, di partecipare a messe nere (anche se sono posti pieni di belle signorine il più delle volte nude) o di fare qualche patto di sangue rituale. Sinceramente son cose che, pur affascinandoci molto, non ci convincono del tutto. E come per lo sport e lo studio, sicuramente richiedono tempo, passione e dedizione oltre che il fisico adatto…ed eccovi spiegato il motivo delle nostre panze e del come mai uno si deve ancora laureare e l’altro tenta di preparare un esame da un mese e mezzo. Per non parlare poi dei capelli, che col cazzo che sono lunghi (che col cazzo che sono!). No, noi al signore delle tenebre non andremmo tanto a genio. Ci manderebbe in paradiso (cioè, per lui, affanculo) subito, e poi lì altri problemi che è meglio non parlarne guarda…..da lassù ci manderebbero un’altra volta giù (cioè, di nuovo, affanculo) in un continuo via vai che in confronto Dante, in tutto il suo viaggio, è come se avesse fatto semplicemente quattro piani di scale a piedi per andare al tabacchino sotto casa. Vi devo ripetere che noi non amiamo propriamente lo sport?

Ma c’è una cosa che amiamo assai, e che si può facilmente evincere dal nome del blog: la parmigiana, simbolo occulto che sta ad indicare il cibo, nella maniera più generale. Quello fatto bene, col cuore, quello della mamma/nonna/zia (non il cuore, parlo sempre del cibo), con amore, magari per ritrovarsi con gli amici che non vedevi da tempo e quindi ti metti e prepari qualcosa. Quello buono, naturalmente. Ed anche quello pesante. Come una parmigiana, che è buona e pesante allo stesso tempo. Capace di farti alzare da tavola col sorriso stampato in faccia e senza sensi di colpa. Una parmigiana psicologica, empatica. Ma la parmigiana perfetta è quella alla quale non si può dire assolutamente di no. Se anche dopo averne mangiate tre porzioni non si riesce a fermarsi, allora vuol dire che quella, e solo quella, è la parmigiana perfetta. Il Santo Graal parmigianeo. L’Atlantide sommersa delle parmigiane. L’El Dorado ripieno di melanzane, sugo e carne macinata: l’El Parmigiado.
Tu la guardi.
Lei ti guarda.
Tu la guardi.
Lei ti guarda.
Tu la guardi.
E poi la mangi.
Non si riesce a resistere, e non sai perchè; ti lasci andare e basta, consapevole di quello che stai facendo, e proprio per questo ancora più felice. Perchè, tanto, la parmigiana non giudica: è al di là del bene e del male.

Se non si riesce a resistere allo charm che uno stanato di parmigiana emana anche dopo averne mangiato uno e mezzo, allora sicuramente questo vuol dire che:
6. dei fottutissimi alieni a forma di melanzana vi hanno rapito nella notte portandovi sulla loro astromelanzana, impiantandovi dei microchip che inibiscono qualsiasi altra necessità alimentare al di fuori di quella per la parmigiana (naturalmente tutto ciò vi sarà sembrato un sogno MA NON E’ COSI’!!!). Inoltre, fra due mesi partorirete un cucciolo di parmigiana in stile Alien che conquisterà il mondo e fonderà una nuova religione, il Parmigianesimo. Voi ne sarete i profeti;
66. il potere incantatorio della parmigiana è troppo elevato e fa si che la mente ne sia completamente succube, portandola a dipendere totalmente dalla parmigiana stessa e provando anche un certo piacere in ciò (e te credo, ne so qualcosa…). Slaves to the satanic parmigiana! In sostanza, un bel MINDFUCK grosso così!;
666. siete a dieta.
Tralasciando il primo punto, sul quale stanno lavorando programmi di comprovato livello scientifico (vedi Mistero e Voyager), concentriamoci un attimo sugli altri due.
Se il vostro cervello non riesce a pensare ad altro, fa trasudare sugo al posto del sudore e la notte fate sogni erotici su melanzane ultra sexy in topless non fatevene una colpa: a far questo ci ha già pensato un certo tipo di tradizione religiosa che ha visto nel PECCATO DI GOLA uno dei principali (se non il principale) male da estirpare dall’animo umano. Non prendiamoci per culo: mangiare è fra le cose più belle che esistano, e fa il paio insieme all’altro peccato riguardante sempre il corpo: la lussuria, secondo gli insegnamenti tramandati da uno degli iniziati ai Misteri Orfici-Dionisiaci, che a Eraclito je fa’ na pippa. E non intendo il trombarsi le melanzane (anche se per alcune sono le melanzane che scopano loro). “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi” (e le mamme, “streghe culinarie”, riempiono le pentole); “Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi“: son tutti proverbi che sottolineano come il Demonio abbia sempre avuto un rapporto privilegiato con l’arte della cucina. D’altronde cucinare è essenzialmente atto di trasformazione e quindi processo alchemico (per non parlare del bagno, sai quante trasformazioni avvengono lì, segno che anche il corpo è come una cucina…se poi vi piace mangiare i prodotti del vostro corpo, bè, vi auguro buon appetito allora…). E mangiare, con l’eccessiva assunzione di cibo che trasforma il corpo allargandolo ed espandendolo, ci fa andare al di là dei limiti fisiologici ed anche mentali. E’ proprio contro questa idea dell’andare oltre e del mangiare procurandosi anche un piacere fine a sè stesso che la tradizione dei Padri della chiesa si è sempre scagliata. Già Platone, che ha anticipato i temi di fondo della condanna cristiana al peccato di gola, nel Gorgia accusa la cucina di non poter essere considerata un’arte sia perchè non dispone di regole teoriche stabili e sia perchè, chi la pratica, agendo per puro diletto, non avrebbe una conoscenza sicura della natura delle cose di cui si serve. Caro barbuto, per tua fortuna mia nonna non ci sente bene perchè se sentisse ste cavolate sai quanti calci in culo! O peggio, ti lascerebbe a digiuno per un mese (ed io intanto mi fregherei la tua parmigiana, gnè). Un altro aspetto interessante è che la culinaria è stata associata alla retorica, la quale mirerebbe, con le parole, alla semplice lusinga e all’inganno; la bocca quindi diventerebbe il luogo peccaminoso per eccellenza, dove introdurre il cibo (la materia, ciò che peserebbe sullo spirito, allontanando l’uomo da Dio) e buttar fuori parole ingannevoli. Il tutto, secondo papa Gregorio Magno, accompagnato da “sciocca allegria, scurrilità, sconcezza, loquacità e ottundimento dei sensi” a causa del ventris ingluvies (ingordigia del ventre). Eh bè, d’altronde, chi meglio di un papa sa cos’è l’ingordigia?

Parmigiana Worship

Parmigiana Worship

L’arte della cucina produce pura corruzione. Il peccato di gola è segno del regresso umano. La parmigiana strumento del demonio tentatore. In Proverbi, nell’Antico Testamento, si legge: “Le labbra bugiarde son cosa abominevole al Signore” e “Un poco di buono, un essere malvagio, colui che passa con in bocca la menzogna (…)“: facile vedere dietro queste parole l’ombra del nostro cornuto amichetto. Ed è sempre la bocca a farne le spese. D’altronde basta ricordarsi come tutto il casino è incominciato, secondo gli ebrei e i cristiani: contravvenendo all’ordine di Dio di non mangiare dall’albero della conoscenza. Il primo atto di trasgressione propriamente diabolico è stato quello del peccato di gola: in pratica ci ha fottuti una mela. E magari era pure OGM. Se Satana avesse tentato Eva con un piatto di parmigiana sicuramente dopo non sarebbe successo tutto quel bordello della cacciata dall’Eden. Altro che “lavorerai la terra con il sudore della fronte”: le melanzane sarebbero spuntate fuori da sole! E GIA’ FRITTE!!! C’è tutta una linea di pensiero sostenuta da vari teologi e monaci cristiani che crede che, prima ancora della superbia, sia la gola il primo vero peccato: ad esempio Evagrio Pontico, eremita del IV sec., raccolse tutta la sua esperienza trascorsa nel deserto siriaco negli Antirrhetikos (Contro i pensieri malvagi), in cui prescrive ai suoi seguaci preghiere e passi dei testi sacri da recitare ogni volta che fosse sopraggiunto un demone tentatore di cattivi pensieri; e il primo

Inconsapevolmente, ne facciamo tutti parte

Inconsapevolmente, ne facciamo tutti parte

diavolo/pensiero malvagio da sconfiggere è proprio quello della gola. E sulla scia di Pontico si porranno tutti i suoi discepoli. Qui un’ importante testimonianza storica sulle pratiche di digiuno seguite dai monaci ed eremiti e sulle loro estreme conseguenze. Solo successivamente, Sant’Agostino (grande peccatore, convertitosi solo nell’ultima parte della sua vita…mica scemo) e il già citato simpaticissimo Gregorio Magno porranno la superbia come la radice di ogni peccato (la storiella la sappiamo tutti no? Lucifero osò sfidare Dio e blablabla), declassando la gola in ultima posizione insieme alla lussuria (e riducendo il numero di peccati dagli originari otto ai famosi sette). Che eresia! Quale affronto!

Oggi la fame non ci fa più paura come un tempo, in cui la gente (leggi: i più poveri) dovevano centellinare ogni singola razione per la scarsità del raccolto, gli inverni troppo rigidi, guerre, carestie e chissà cos’altro. Noi bravi occidentali più che altro sembriamo spaventati da un nuovo demone a pelle e ossa: LA DIETA!!! (solo a scrivere questa parola ho incominciato a tremare). La limitazione e la sottrazione di cibo ci sembra qualcosa di assurdo, ed un sacrificio che, almeno all’inizio, appare troppo grande per la nostra volontà: rinunciare ad un piacere così unico e peraltro naturale come il cibo? Non sia mai! Secoli di condanna morale al peccato di gola non ha comunque per niente intaccato la voglia di eccedere con il consumo di cibo: gli americani ne hanno fatto uno sport nazionale, l’obesità è fra le principali cause di malattie nei paesi industriali e Platinette è una star. Vietare e demonizzare all’estremo qualcosa spesso conduce proprio all’effetto opposto, ovvero alla ricerca e all’ottenimento di quella cosa negata (qualcuno ha detto droga?…). E a volte in maniera morbosa. Il mio professore di Teoria della Letteratura chiama questo fenomeno “ritorno del represso”: quanto più si reprime, tanto più si sarà succube, in futuro, degli effetti nefasti della repressione, e sarai fottuto dalla cosa che hai represso. L’esercito di diete che vengono quotidianamente propinate da medici e pubblicità possono essere lette anche in quest’ottica: uno strumento biopolitico di repressione per il mantenimento dell’ordine sociale finalizzato a sopprimere e controllare, a livello inconscio, la propria individualità (dio mio, che minchia ho scritto!!!). Comunque, era per dire che siamo fottuti e che mangiare è bello. Questa scena di Fantozzi sintetizza perfettamente il concetto che malamente ho tentato di descrivere quattro righe fa. Aver etichettato nei secoli il piacere che si prova mangiando come “peccato” ha portato, oggi, all’estremo consumo di cibo, e la dieta è la cura necessaria che ci viene propinata per lenire i nostri sensi di colpa. O belli e perfetti o desiderosi d’ingozzarsi di cibo fino a vomitarsi addosso. Psicotici e contenti. Un bel piatto di parmigiana si trasforma, nella nostra mente, nel diavolo tentatore da sconfiggere ad ogni costo. Con ogni dieta.

Noi di Parmigiana Fuzz facciamo apostasia e rigettiamo tutto questo.

DAL MANUALE DI ESORCISMO DE EXORCIZANDIS OBSESSIS A DAEMONIO DIETAE (SULL’ESORCISMO DEI POSSEDUTI DAL DEMONIO DELLA DIETA)
L’esorcista ripeta la seguente formula di fronte al posseduto dalla dieta:
Exorcizzo te, immundissime spiritus, omnis incursio adversarii, omne phantasma, omnis légio, hostis géneris humani, mortis adductor, vitae raptor, justitiae declinator, malorum radix, causa discordiae, excitator dolorum!
(Io ti esorcizzo, spirito immondo, e tutti i nemici invasori, tutti gli spiriti, ogni legione, nemico del genere umano, portatore di morte, predatore della vita, corruttore della giustizia, radice del male, causa di discordia, provocatore di tormenti!).
L’alterni con questa preghiera:
NO alle diete. NO alla ricerca spasmodica del fisico perfetto. NO alle porzioni piccole. NO alle birre piccole. NO a chi ci vieta di fare la scarpetta nel tegame. NO al riso in bianco, al petto di pollo (con poco olio) e all’insalatina. NO ai milligrammi. NO a Suor Germana. NO alla Parodi. NO a Valsoia.

Questi saranno gli strumenti che l’esorcista dovrà usare durante il rito:

Pane fatto in casa dal Defranco e crocchettoni di patate sono fra gli strumenti preferiti dal demonio

Il pane fatto in casa dal Defranco, i crocchettoni di patate e gli arancini sono fra gli strumenti più temuti dal demone della dieta

Crocchettoni cosmici

Il rustico come centro del mondo

Il rustico come centro della panza-mondo

Il quadrilatero del potere intestinale

Quadrilatero del potere intestinale

Croce rovesciata di arancini e crocchettone

Croce rovesciata di arancini e crocchettone

Come ogni rito che si rispetti c’è bisogno dell’apporto assolutamente fondamentale della musica. E qui viene il bello. Dimenticate i messaggi al contrario dei Beatles, Led Zeppelin, Queen, Lady Gaga e altra gente più o meno ormai morta. E pure i vari metallari black, death, doom lizzi e lazzi. Ciò di cui, questo punto, abbiamo bisogno sono dei Terra Tenebrosa. Il nome è già tutto un programma. E sono pure svedesi: il programma diventa interessante. E sono formati da ex membri dei Breach: un programma con i controcazzi! Suonano con delle maschere simil demoniache e alquanto inquietanti e il “””””cantante””””” si fa chiamare The Cukoo. Chiaro il concetto? Naturalmente no, e loro ci godono. Ho messo le virgolette perchè ciò che si sente non può essere etichettato propriamente come un cantato: è più un lamento, una nenia diabolica distorta. Ma altro non si sa. Stop, fine, punto. Il resto è musica e allucinazione perversa di un qualcosa che, personalmente, non sentivo da tempo in ambito estremo. Se vi siete persi il primo disco uscito due anni fa, che possiate essere dannati in eterno. Per tutto il resto c’è il nuovo papa Padre Maronno.
Ciò che mi sento di dire è che questo disco non esiste.
Non esistiamo neanche noi che lo staremmo ascoltando. Queste non sono note ma interferenze demoniache. Magma lavico di suoni gorgoglianti.
Qui si suona in onore del, in virtù del, per mano del, con, il, per il MALE. Ma non si suona male.
Non si suona bene.
Qui non si suona.
Al di là della chitarra e del basso.
6
6
6
E fino a più infinito.

…..

…..

…..

PAURA EEEH???

Stasera tutti a casa: il nuovo disco dei BORIS

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Che belli i gruppi prolifici che non sanno cos’è il marketing! (quando diventano dritti poi lo sanno e scelgono di ignorarlo)

Intanto, sono gente seria che fa sempre chissà perché cose bellissime. Poi il fatto di far uscire qualunque produzione ti permette sia di avere oggi il tuo pane quotidiano e sia di apprezzare i frutti del buon cazzeggio, che sono sempre frutti interessanti – magari s’hanno affittato la sala per tre giorni ed hanno improvvisato con regole strane, ad esempio “oggi ci fasciamo mignolo ed anulare e vediamo che succede”.

Non è facile trovare gruppi così ma una volta che ne hai beccato uno t’innamori e non vi lascerete mai più più più.

 

le ragazze mi vogliono perché ce li ho lunghi

Uno dei miei gruppi così sono i Boris, quelli giapponesi, i Boris che hanno preso il nome dalla canzone dei Melvins – è in preparazione un mio saggio sul motivo per cui la canzone in oggetto diventerà il componimento più importante del secolo presso i discografologi del futuro – i Boris che hanno la chitarrista giapponese quarantenne stonata con una figlia e che suona sempre lessa ma suona delle cose che gliela manda giù gesù dalle nuvole, i Boris che hanno il batterista che fa le facce buffissime e suona con i guanti le batterie coloratissime, i Boris che hanno il bassista che non ha un doppio basso fichissimo, ma bensì un DOPPIO BASSO/CHITARRA (sopra basso e sotto chitarra), uno strumento così bello che non puoi che suonarci cose bellissime, i Boris che da qualche anno hanno calmato le loro uscite discografiche mantenendosi comunque sui tre dischi all’anno, due dischi in uscita simultanea (E CHE NON C’ENTRANO NIENTE L’UNO CON L’ALTRO!), serie di EP – quelli, lo devo ammettere, mi avevano un attimo deluso perché le sperimentazioni pop con la drammascin me li stavano facendo diventare tumblr-friendly anche se ridevo molto – i Boris che hanno realizzato oggetti assurdamente rumorosi tipo Vein, Dronevil e poi le cose da sogno lucido tipo Smile, tutti i millemila dischi live ambient drone tumblr spettacolosi, i live senza batteria, i live massonici, le collaborazioni con personalità meravigliose, hanno fatto fare perfino a Merzbow un disco con il silenzio da una traccia all’altra! I Boris sono fichissimi, stupendi, e da quando hanno buttato giù i due dischi incoerenti che ho nominato prima hanno ricominciato a rockeggiare a tutta birra – da queste parti s’era già parlato del piccolo gioiello COSMOS, minutaggio corto ma delizioso, in pratica una mozzarella panata.

Ed è appena uscito Präparat, e sono gatti vostri. È uscito in vinile quindi il volume del master è basso e noi si adora questo. Su youtube c’è anche il brano più corto del disco che secondo me i furbacchioni l’hanno proprio fatto a trailer. Meraviglioso! Il master del vinile a un certo punto s’è anche imputtanato e sembra che da un momento all’altro debbano screcciare e mettere la base.

Una meraviglia calligrafica.

Il disco inutile parlarne troppo. Divisi in brevi sezioni – c’è una fase romantica, una fase pestona ed una fase droghe – ed in brevi brani, fresco, immediato, come un’insalatona però con qualcosa di molto fritto dentro. Denso, ma non troppo. Funziona benissimo e ti prende, infatti da un certo punto di vista ha quel che di pop ma non pop, non come il disco con tutte le canzoni cantate e le voci ed i ritornelli ma come i loro momenti di grande successo, a la Pink, che è stato il disco che ahimè prese bei voti da certi siti e riviste che non intendo nominare, così i Boris sono diventati Tumblr. Quel disco oltretutto partiva dal piglio di fare un po’ un riassunto dei primi anni di delirii devastanti dei Boris che fino ad allora non erano quasi mai andati sotto i dieci minuti e sotto i dieci di gain, e divertirsi a fare un po’ di canzoni con il pam pam pam, eppure anche lì si menava moltissimo e sembrava molto registrato in presa diretta ed ogni tanto si cazzeggiava, salvo poi costruire pezzi enormi.

Ecco, questo nuovo Präparat ha proprio quell’aria là, e a noi sta benissimo. Li amo un sacco.

Buon appetito!

Cipollata Mista Ceci e Disperazione

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Volete farli smettere? Ecco una ricetta che fa per voi. Ingredienti per quanti si vuole (n.b.: i morti non mangiano)

  • Cipolle (1 e ½ a persona)
  • Olio (poco)
  • Burro (una noce)
  • Farina di Ceci (quattro cucchiai)

Far riscaldare l’olio, aggiungere le cipolle tagliate mediamente fini. Ad avvenuta doratura aggiungere il burro e far stemperare fino ad ottenere una crema morbidosa e finché le cipolle non sono ammorbidite. Aggiungere poca acqua e la farina di ceci, mescolando vigorosamente tra una cucchiaiata e l’altra. Aggiungere eventualmente altra acqua finché la farina di ceci non è amalgamata in un composto morbido con la crema. Far cuocere altri due minuti a fuoco lento. Servire.

Si accompagna bene ad un soffritto di zucchine leggero oppure fesa di tacchino o altre robe dietetiche, per rovinare tutto.

Questa ricetta è dedicata ai today is the day:

 

 

OPS, sbagliato!

 

 

Che burla, amici miei!

speciale sperimentale: Fire! Orchestra, Autechre, un matrimonio: la Zucca

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Miscredenti e gente che pensa di avere qualcosa da fare nella vita! La vostra ora è passata. Tocca alle persone che sanno quello che vogliono. Tocca alle persone che non devono chiedere mai; insomma tocca a me. Sono andato ar matrimonio, è vero. È vero che c’erano tutti i parenti (tutti), e ho parlato del mio futuro, dell’imminente fine dei miei studi (!), del mio lavoro (?!), delle prospettive come: relazioni, convivere, sposarsi, bambini; delle case (!!!). Ma diciamoci la verità: io, i miei cugini e cugine ed i miei zii e zie eravamo tutti in brodo di giuggiole per due cose: uno, due simpatiche figure che si sono sposate (sono una persona positiva quindi i matrimoni mi piacciono! <3), due, il cibo (sono una persona positiva quindi il cibo mi piace! <3).

Seconda introduzione rivolta ai sicofanti: la vostra ora è passata. Qui si parla della nostra amata cucina pesante e della nostra amata musica pesante, ma è musica pesante in un altro senso. Santo cielo, non voglio fare prolocchi, oggi niente metallo. Oggi superfreedeathjazz ad altissimo livello ed elettronica random acidissima come piovesse. Non dite “che non lo sapevate” (dite “che lo sapevate” e continuate con i vostri lamenti che rivolete il 4/4 e il re droppato).

Non mi dilungherò, non esagererò e non decanterò. Sappiamo tutti quello che succede nei matrimoni. Sappiamo quello che succede prima, durante, dopo. Nello specifico, una cosa che è successa tantissimo è questo: il lambrusco LINI910. Davvero non avete idea di quanto può essere assetata una famiglia numerosa. E quanto può essere buono il vino colle bollicine ottenute con il metodo classico (siccome qui si è pugliesi si guarda male il vino con le bollicine. Ma il metodo classico è un’altra storia e ne rendiamo merito).

Buttiamo subito giù qualcosa di musicale realizzato con il metodo classico! Il metodo classico è un casino (per un mese la bottiglia va presa e sistemata in maniera meticolosa in certi cavalletti eccetera eccetera) e anche il nostro abbinamento musicale è un casino. Infatti parliamo dell’undicesimo LP degli Autechre. I nostri amici che neanche sanno come si pronunci il loro nome sono arrivati al numero undici! E la cosa bella è che, per ottenere un lambrusco ben corposo e strutturato, i nostri hanno pazientemente assemblato qualcosa come 4 – quattro – 4 LP di musica, per un buon totale di due ore e qualche secondo. È come scolarsi parecchie bottiglie ed il risultato è qualitativamente eccelso. Passate un attimo in secondo piano le girate un po’ da motosega techno o da elicottero bomboclat che avevano pigliato ultimamente, orientati verso situazioni più classiche e più synthologiche – anche se personalmente li trovavo comunque in (ri)salita già da Untilted – i nostri mi hanno fatto godere di brutto e mi hanno rigirato le orecchie all’indentro. Io che me la sono sempre presa con gli autechre perché li ho trovati sempre troppo smanettoni e prolissi dovevo essere contento che avessero iniziato a fare dischi con le tracce da due minuti, ma pure ora che il numero di canzoni è lo stesso ma la loro durata è triplicata (siamo sui sei, sette minuti di media) stiamo benissimo. Alla salute!

Passiamo al mangiare; come sopra non voglio dilungarmi ma porre un accento che possa portarmi su di un consono binario musica – e qui abbiamo roba veramente monumentale, come se due ore di Autechre non bastassero. È stato il matrimonio della zucca. Durante la cena la sera prima, alla scurdata, per usare il mio volgo natìo, mi spuntano dei tortelloni alla zucca (l’ordine, dal più piccolo al più enorme, è: tortellino, tortello, raviolo, raviolone, tortellone). È stata la zucca il fil rouge, perché dopo questi tortelloni il giorno dopo, al pranzo del matrimonio, mi si pone sempre abbastanza alla scurdata un primo piatto d’eccezione: lasagne carciofi e zucca. La zucca, così bistrattata al sud, così accesa, così troppo poco soffrigibile ma così cremosa e tutto quanto, è un simbolo della modernità. Anzi della surmodernità. La zucca è il sapore che non sai. Ma poi è. Quella cosa che là. Incredib – ma dai? Allora? Però. Che zuccone che sei! Ma insomma! Sul palato è una cosa, su tutto il resto è un’altra. Diventa qualcosa. È così grossa e incute timore, con reminiscenze vagamente pagane ed horrorifiche qualora venga svuotata e dotata di bocche ed occhi malefici. Ma poi è quell’altro là. È proprio come reclutare e dirigere un’orchestra di impostazione jazz-big band, con strumenti eccezionali e musicisti ancora più eccezionali, per suonare qualcosa di incredibilmente grosso e compulsivo che ti lascia surmoderno proprio come la zucca! Ed è così la Fire! Orchestra (i Fire! sono una band freejazz norvegese che bbrbrbrzzzumm. L’orchestra conta di migliardi di persone, ben tre direttori), è proprio quello che in partenza è qualcosa, poi ti aspetti diventi una cosa, un po lo è, ma poi è qualcosa di nuovo. Non oso andare oltre e credo che i rantoli idioti siano anche troppo, tuttavia avrete finalmente l’occasione di assistere di fronte ai vostri occhi a qualcosa che è davvero la mutazione di qualcosa in qualcos’altro. Alchimizzatevi con la nostra zucca super e siate sazi!

Che cosa strenuante la vita, amici miei.

Cul-in-aria: zuppa di cipolle alla oxbow

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Ingredienti:

  • 4 cipolle bianche
  • olio extravergine d’oliva abbastanza
  • burro una noce
  • vino rosso dolce (es. malvasia/salento) tre cicchetti
  • paprika dolce q.b.
  • sale zucchero q.b.
  • una sottiletta o formaggio grattuggiato q.b.

Tagliare finemente le cipolle. Soffriggere a fuoco lento il burro finché non si forma una crema morbidosa (le mie amiche si spaventano quando lo faccio ma poi leccano il piatto). Buttare ingloriosamente le cipolle tagliate e lasciar soffriggere a fuoco lento. Evitate che si indorino troppo o si brucino. Aggiungete sale, zucchero e paprika. Dopo cinque minuti stemperate i primi due cicchetti di vino. Aggiungere a piacimento acqua (più leggero), olio (più serio), brodo vegetale (più da cuochi) per evitare che la zuppa si trasformi in uno spiacevole doppio fondo della pentola. Personalmente preferisco rimpolpare un pochettino l’olio all’inizio e poi aggiungere poca acqua ma se volete potete andarci pesante di brodo e poi frullare tutto e trasformare alla fine la zuppa in passato. Quando è quasi pronto mettete il formaggio e giratelo finché non è ben sciolto. Stemperate l’ultimo cicchetto di vino, lasciate cuocere altri cinque minuti e poi servite.

Aggiunte sfiziose: potreste accompagnare la z.c.o. con due fette di pane e una leggera zuppa ai fagioli come ho fatto ieri (ed ero circondato da ragazze) (e dopo non sono scappate). Potreste variare il sapore stemperando una birra rossa anziché del vino. Potreste aggiungervi un paio di salsicce al sangue o mischiare dei dadini di prosciutto al soffritto da metà cottura in poi.

Credevo fosse amore ma era solo il mio stomaco

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Riassunto delle puntate precedenti qui.
Riassunto del riassunto qui.

Negli ultimi due giorni noi di PF vi abbiamo pangrattato per bene le palle con tutto sto grindcò (plus, il gustoso contorno dell’ultimo dei Voivod). Questa è la seconda parte dei dischi piaciuti al mio stomaco nel corso di questo mese. C’è addirittura qualcosa di più melodico; ma non speriamoci troppo, a quel mattacchione di un organo digerente piace scherzare e non si sa mai che cosa può vomitare fuori.

RIVERSIDE – SHRINE OF NEW GENERATION SLAVES
Un attimo di pausa. Respiriamo. Riattiviamo i nostri chakra collegati alle vie gastroesofagee. Rilassiamoci ma attenti a non rilasciare gas se no la bella signorina alla quale volete offrire la pompa di benzina scappa, giustamente. Perchè questo è un disco che può fare al caso nostro. Mi rivolgo ai progghettoni metallari/rockettari: quante volte ci siamo visti sfuggire sottomano una ragazza perchè noi, infoiatissimi, la obbligavamo ad ascoltare quest’assolo, questo fill di batteria, quest’acuto pazzesco del cantante tal dei michia e via dicendo? Tante volte. Ma bisogna capire che alle ragazze non gliene frega un cazzo dell’assolone micidiale di Gion Petruccio a 200 bpm: quelle vogliono emozioni, immediatezza, sincerità, semplicità. E un martini in ghiaccio magari. Vogliono l’orsettone coccolone pelosone! Si dice che i musicisti (come in generale tutti gli artisti) siano persone sensibili e aperte, ma spesso e volentieri ci si ritrova in certi discorsi degni delle peggiori vecchie di paese su come fare o non fare un fraseggio, su chi è meglio di chi, sul fare headbanging o meno su quel controtempo ecc. Discorsi ormai vuoti, triti e ritriti. E intanto le fregne scappano, e poi i metallari si lamentano che si scopa poco! Allora dite per un pò ciao ciao a Drim Tiater, Sinfoni Ics e compagnia tecnica varia: con i Riverside stiamo su un altro livello. Ciò che ho sempre apprezzato nel gruppo polacco è il dono della sintesi, una caratteristica questa che ha preso forma lungo la loro discografia ed è diventato metodo attraverso cui creare pezzi orecchiabili e per nulla banali. Fare insomma la cosa più difficile che ci sia, soprattutto in un genere come quello del progressive. E’ questa capacità sintetica ciò che crea lo scarto fra i Riverside e buona parte degli altri gruppi dello stesso ambito (gli altri consigliatissimi a tal proposito sono gli A.C.T.); differenza che deriva anche dall’aver assimilato la lezione di Rush e Porcupine Tree, giusto per orientarci un attimo. Al quinto disco e dopo due EP, l’esperienza dei Riverside si sente tutta: cura dei particolari del songwriting e dei suoni, una compattezza fra i membri che ha dell’incredibile e soprattutto tantissimo gusto musicale che il vostro stomaco non potrà fare a meno di notare. E tante emozioni che piacciono alle femmine. Melodia come se piovesse, grazie alla voce spettacolare del cantante: ma qui poco o nulla suona zuccheroso e facilone; più che altro l’atmosfera del disco è molto sentita, delicatamente tratteggiata, visto che il tema principale è l’assenza di comunicazione nei rapporti interpersonali odierni. Finalmente un disco che mette d’accordo sia lui che lei. Fra moglie e marito mettici i Riverside.
Con questo singolo potrete schiaffare tre metri di lingua nella bocca di lei e nel frattempo pensare: “mmmm, però non male sta canzone…” senza distrarvi.


Questo invece farà la felicità di lei nel momento in cui penserà: “minchia come bacia di merda, però ascolta bella musica…”

TOMAHAWK – ODDFELLOWS
Eccoli eh! Sono arrivati i bulli. I tamarri, gli sfattoni, i pizzarroni, cazzari, cazzoni, minchioni, menati. I simpaticoni della serata insomma. Gli amici con i quali ti diverti di più anche solo facendo a gara di rutti e mangiando cibo spazzatura. Amici che magari non rivedi da un pò ma che non appena li ribecchi è come se ci si fosse salutati due ore fa. Ed in effetti il super-gruppo di super-pirloni non si faceva vivo da sei anni, da quell’Anonymous che aveva lasciato tutti fra il perplesso e l’incuriosito per l’esperimento riuscito a metà sui canti degli indiani d’America. In Oddfellows si sperimenta poco, o meglio: non in maniera diversa da come i Tomahawk in generale e i suoi singoli membri in particolare ci hanno da sempre abituato. Se il primo disco è la cosa più “loro” che abbiano fatto, Mit Gas e ancora di più quest’ultimo smorzano i toni e le caratteristiche che avevano reso i Tomahawk, se non proprio una semi-genialata, una band con una loro ben precisa identità. Oddfellows in moltissimi episodi mi ha dato l’idea di essere legato a doppio filo con le ultime cose dei Faith No More (Album of the year e King for a day). Il che non è assolutamente un male: infatti ha bei pezzi (come quei dischi), belle melodie (come quei dischi), belle trovate (come quei dischi), pure na bella copertina (come quei dischi). Nello specifico, Duane Denison, pur buttando giù degli arrangiamenti di chitarra minimali e sfizziosissimi, rimane un pò troppo nascosto dalla solita enorme figura musicale del faccia-di-cazzo per eccellenza Patton; il quale, per inciso, a sto giro non è che stupisca più di tanto. Le solite belle melodie vocali (il sale di ogni disco dei Tomahawk, e che li fanno piacere praticamente a tutti, pure alle nonne sorde) ma finisce lì la storia. E quindi ti chiedi: ebbè? Quindi? Caro Pattone, non è che devi fare necessariamente lo stronzo come un tempo per essere bravo….però, dai, sei pur sempre Michele Pattone, spacca un pò di più no? Forse sarà l’età, sarà che si sta infognando col pop anni ’60 italiano o sarà che chiediamo troppo a gente che magari potrebbe essersi rotta i coglioni. Ma i mega megafoni non ci sono più. Vai a capire. Di veramente differente dal passato mi sembra essere l’entrata in pianta stabile di Trevor Dunn. In ogni caso li vogliamo bene lo stesso ai Tomaouk, almeno per questo pezzo:

KONGH – SOLE CREATION
La Svezia non si smentisce mai. E non sto parlando di femmine alte due metri bionde così bionde da farti diventare cieco. E neanche della birra. E nemmeno dell’Ikea. E neppure del salmone, della carne di alce o di renna o dei pepparkakor, i biscotti allo zenzero. Insomma, sappiamo che i motivi per parlare bene della Svezia sono tanti. Ma per poter parlare benissimo di questo paese è necessario citare la musica. Metal naturalmente, perchè gli svedesi non sanno suonare altro dalla mattina alla sera. Forse quando non sono ubriachi si dedicano anche ad altri generi. Ma nessuno li ha mai visti sobri. I Kongh sono delle simpatiche persone che non fanno eccezione, e bombardano le orecchie con sto disco che già dalla copertina parla da solo. Se non li conoscete sono un trio chitarra/voce, basso e batteria (vi prego, notate il bassista a sinistra, sembra un cazzo di nano de Lo Hobbit!!!): tanto basta a far tremare le nostre cristalliere. Suonano uno stoner/doom ipermetallizzato, pesante come una montagna che si mette a camminare, e che non rinuncia a qualche melodia vocale più evocativa come nella title-track. La media dei pezzi è sui dieci minuti, quindi tutto il tempo per farsi prendere a mazzate lo stomaco. E fra l’altro in questa uscita non sono molto presenti le parti più pissichedeliche e dilatate dei primi due lavori: qua si tira dritti come asteroidi in rotta di collisione, rallentando la marcia solo per farci osservare il buio cosmico intorno. Se volete un’ottima variazione sugli YOB e sui Mastodon (magari perchè ormai questi ultimi vi sembrano troppo ghei, venduti, gnignigni e altre menate) i Kongh fanno al caso vostro. In alto i salmoni!
P.S.: il disco in realtà uscirà la settimana prossima….ma sappiamo tutti che con le nuove tecnologie il tempo si è assai ehm, come dire….accorciato, và….

CULT OF LUNA – VERTIKAL
En’ de vuinner is! Ed ancora una volta siamo in terra svedese. Effettivamente nell’elencare tutte le cose che ci possono far amare questo paese me ne sono dimenticata una: proprio loro, i Cult Of Luna. Mea culpa maggiore, visto che il nuovo Vertikal è semplicemente allucinante. Ibernati nel ghiaccio svedese per cinque lunghi anni, il gruppo ha partorito un disco che molto probabilmente potrà essere collocato fra i loro migliori lavori. C’è già chi starnazza di qua e di là che questo sia il loro capolavoro; francamente non lo so, e non mi importa saperlo, quello che mi sento di dire è che un disco come questo richiedo un bel pò di tempo per essere assimilato appieno, soprattutto per chi ancora non conosce bene il gruppo e i suoi lavori passati. Mi sento di dire questo perchè il disco ha una compattezza sonora ed una stratificazione dei diversi elementi davvero massiccia, peggio di una parmigiana multistrato. Guardate la copertina: è quello ciò che vi aspetta. Un continuo gioco di chiaro/scuri, di momenti di stasi dal sapore industriale ed altri più cinematici, profondi. “Cinematico”…..mmmm, per una volta tanto non ho tirato fuori una parola a caso giusto per allungare il brodo (che a me fa schifo!): Vertikal è un concept influenzato da Metropolis di Fritz Lang (fra l’altro restaurato non tanto tempo fa, mi pare), e l’aura del film si rispecchia perfettamente nell’atmosfera del disco. Atmosfera impreziosita dai synth mai come ora messi in primo piano, vera marcia in più di questi “nuovi” Cult Of Luna; l’iniziale The One o The Sweep ne sono testimonianza, ricordandomi a tratti anche certe cose di Vangelis in Blade Runner. Ma tutto l’album è si muove in questa atmosfera synth-etica e industriale, dalle più classicamente post I: The Weapon e In Awe Of, alla marcia da schiavi ritmata di Synchronicity. Il pezzo che a mio avviso riassume tutto il disco è quel colosso di Vicarious Redemption: 18 minuti di chirurgia mentale, dove oscuri androidi espiantano il nostro terzo occhio sostituendolo con uno digitale. E noi non ci potremo fare niente. Per lo meno ci rimarranno le orecchie per continuare ad ascoltare sto discone che darà da filo da torcere a tanta altra roba nel corso dell’anno (Tool, se ci siete ancora, siete avvisati). Buona chirurgia.

Cari tele-parmigiana-spettatori, a conclusione di questa succulenta puntata lascerei l’ultima parola alla dottoressa Ilenia Brescia la quale, giustamente alquanto perplessa da quello che il sottoscritto ha scritto nell’articolo precedente, mi ha brevemente esposto come il nostro simpatico batterio intestinale Helycobacyer Pylori sopravvive ai succhi gastrici. Vai con l’angolo dell’esperto!

ll nostro amichetto produce ureasi, che scinde l’ammoniaca formando ione ammonio, ed in questo modo tamponando l’acidità gastrica prodottasi nello stomaco. Come se non bastasse, l’Helycobacyer Pylori rilascia fattori oncogenetici, ovvero tossine che favoriscono lo sviluppo di alcuni tumori. Per individuare il batterio, in istologia si ricorre alla colorazione dei tessuti con il giemsa.

DEMO, SSSSIGLA!!!